Kyrgyzstan,  On the Road

WILD KYRGYZSTAN

Non ci siamo vergognati a spiegare il motivo per il quale abbiamo deciso di partire: i reel di Instagram.
Qualcuno ci ha addirittura chiesto di fare una foto insieme per questo.
Forse è stato il caso a lavorare affinché lo scoprissimo, il viaggio giusto al momento giusto, a ravvivare la fiamma della speranza che il mondo possa essere un posto migliore.
Kyrgylandia, come spesso l’ho chiamata, è una terra pura, selvaggia, incontaminata; un luogo in cui la natura è padrona assoluta, in cui puoi guidare per centinaia di chilometri e non trovare la benché minima traccia della presenza dell’uomo. È una terra dalle mille sfaccettature in cui il panorama è sempre cangiante, in cui i colori sono sempre vividi, in cui la natura è potente e sconfinata, in cui non trovando le parole per esprimere ciò che senti puoi semplicemente spalancare gli occhi e il cuore, e meravigliarti.
Qui è la natura che detta legge e l’uomo che la rispetta come se fosse il rito più sacro che si possa compiere. Qui la vita scorre lenta, perché affannarsi per raggiungere qualcosa alla fine vuol dire avvicinarsi prima alla sua conclusione.
Avevamo letto dell’ospitalità e della gentilezza del popolo kirghiso, e così come ce li eravamo aspettati li abbiamo trovati: genuini, gentili, dai sorrisi sinceri, umili e fieri allo stesso tempo.

È stato uno di quei viaggi che ti porti nel cuore, che ti entra dentro e ti smuove qualcosa, la prova concreta che nella vita basta davvero poco per essere felici e che, anzi, più cose abbiamo, più pesante sarà il fardello che ci portiamo dietro, passo dopo passo.

La felicità è vibrare sul dorso di un cavallo al galoppo; è bere il latte che qualcuno, alzandosi presto la mattina, ha preparato per te; è arrivare in vetta, dopo tutta la fatica e piangere dinanzi ad un paesaggio che toglie il fiato.
La felicità è disporre del tuo tempo e dedicarlo alle persone che ami.
È la più grande ricchezza e nessuna moneta potrà mai comprarla.
Mi sei rimasta nel cuore Kyrgylandia, resta sempre pura!

KYRGYZSTAN

Quando si tratta di luoghi sconosciuti, lontani dal turismo di massa, che sembrano usciti da un film di fantascienza, ho già lo zaino pronto!
La prima cosa che mi sono chiesta, una volta che si è concretamente palesata la possibilità di andarci, è stata: “Sì, bellissimo, ma dove si trova?”.

In Asia Centrale, lungo la Via della Seta, incastonato tra le “Stan countries” e senza sbocco sul mare, si trova il Kyrgyzstan, letteralmente il “paese dei kirghisi“.
198.500 km2 di natura pura e incontaminata, di maestose catene montuose e laghi turchini, di aria pura e colori contrastanti, di gentilezza e sorrisi sinceri.

Premettto che è stato alquanto ostico documentarsi per poter organizzare al meglio le due settimane di viaggio; essendo un luogo poco turistico non ci sono informazioni troppo dettagliate come dei più famosi paesi asiatici; ma tra documentari e video YouTube siamo riusciti a carpire la regola principale per potersi godere appieno questi luoghi quasi inesplorati: non farsi troppi programmi.

Un ruolo cruciale nell’organizzazione del viaggio è stata la guida Explore Kyrgyzstan di Ountravela, ricca di consigli utilissimi e molto pratici su come muoversi e cosa aspettarsi, di informazioni sui sentieri percorribili e sulle loro condizioni e di immagini suggestive sugli scenari che avremmo trovato.
Passare dalla teoria alla pratica però non è stato proprio così semplice.

QUANDO ANDARE

Scegliere attentamente il periodo in cui si vuole partire è fondamentale, circa il 40% del territorio kirghiso supera i 3000m, l’altezza media è quindi considerevole, con vette che superano i 7000m e ghiacciai perenni.
Se la tua intenzione è quella di avventurarti per gli innumerevoli sentieri di trekking, raggiungere (anche in auto) i passi e i valichi più alti e goderti la natura protagonista indiscussa ad ogni angolo, il periodo migliore sarà sicuramente quello estivo, in cui le temperature sono più gentili, la neve si è sciolta e non ci saranno limiti alle tue spedizioni esplorative se non quelli che ti imporrai tu stesso.

Noi siamo partiti il 9 e ripartiti il 23 giugno e, fatta eccezione per la capitale umida e afosa, le temperature sono state miti tendenti al freddo, soprattutto superati i 2500m di quota. Nei pressi delle catene montuose e anche durante diversi trekking abbiamo incontrato spesso acqua e qualche volta anche neve.

COME ARRIVARE

Non ci sono voli diretti dall’Italia, ma basterà un solo scalo per raggiungere il Kyrgyzstan.
Noi abbiamo volato con la compagnia turca Pegasus Airlines, facendo scalo ad Istanbul per poi raggiungere la capitale, Bishkek.
Per entrare nel paese è sufficiente il passaporto con almeno sei mesi di validità.
Tema molto caldo, sul quale abbiamo letto le cose più disparate: i droni possono essere introdotti senza problemi o permessi speciali, a patto che si rispettino le normali norme di privacy e sicurezza.

INFO UTILI

Prima ancora di partire è necessario tu sappia che per visitare specifiche zone del paese è necessario richiedere un permesso speciale: il Border Permit.
Noi abbiamo optato per la facile e veloce soluzione offerta da Ountravela: Border Permit per 5 zone di confine, con validità di un mese, a 35€ a persona.
Il Border Permit è nominativo, i dati inseriti all’ordine dovranno quindi essere corretti perché sottoposti a controlli molto scrupolosi qualora richiesti.
Una volta inoltrata la richiesta ci vorranno circa 13 giorni lavorativi perché questo sia pronto, quindi assicurati di muoverti per tempo.
Il nostro Border Permit è arrivato al Salut Hotel di Bishkek, pagando un piccolo supplemento potrai riceverlo anche ad un altro indirizzo in Kyrgyzstan.
Per sicurezza ne abbiamo fatto delle copie, perché i militari ai checkpoint potrebbero tenerlo come souvenir e non avremmo mai voluto restar senza nel bel mezzo del viaggio.

Appena arrivati in aeroporto abbiamo attivato una Sim locale, la O!, pratica e moto economica: con 500soms kirghisi (l’equivalente di 6€) abbiamo acquistato la Sim e un’offerta di Giga illimitati, il che ci ha permesso di poter utilizzare Internet dovunque il telefono prendesse (ti garantisco, quasi per niente in montagna).

La moneta kirghisa, il Som kirghiso è molto vantaggioso per chi viene dall’Europa. 1 som equivale a 0,011€, i prezzi vanno quasi divisi per 10. La vita in Kyrgyzstan ti sembrerà quindi estremamente economica.

Sarà meglio arrivare nel paese armati di tanti contanti. Molto spesso non avrai la possibilità di utilizzare carte e bancomat (praticamente ovunque fuori dalla capitale) e anche qui molti POS non accetteranno carte circuito MasterCard ma esclusivamente VISA.
La vita non è cara, è vero, ma avere con te contanti ti permette di poterli cambiare a seconda delle necessità in tutte le banche che troverai nelle città e nei centri urbani più grandi.

MOBILITÀ E CONSIGLI UTILI

Noi abbiamo optato per un auto a noleggio non volendo vincolarci a gruppi di più persone ma essere liberi di spostarci in autonomia. Abbiamo noleggiato una Toyota Sequoia 4×4 da Prestige a Bishkek, pagandola circa 80€/giorno. Il costo si sarebbe notevolmente ridotto se avessimo optato per un’auto più piccola, ma sarebbe stato impossibile avventurarsi per le impervie strade sterrate del paese ed uscirne indenni. Explore Kyrgyzstan di Ountravela, offre valide opzioni su luoghi e mezzi da noleggiare.

Le strade in Kyrgyzstan non sono delle migliori, ti troverai spesso su strade sterrate, lavori in corso, sentieri ricoperti da metri di fango, o inondati da fiumi, o spaccati in due da crepe profondissime o sbarrati da ponti caduti. E non sto parlando solo delle tracce off road.
È un paese che da qualche anno sta spingendo molto sul turismo ed è palpabile il tentativo di creare dei collegamenti migliori tra le varie zone del paese, apportando modifiche a strade già esistenti o creandone di nuove.
Quindi, ti auguro, una volta arrivato in quella terra magnifica, di trovare ad accoglierti una condizione stradale migliore di quella che ha accolto noi, ma nel frattempo segui le strade principali, senza pensare di effettuare inutili tagli nella speranza che la linea diritta che unisce due luoghi sulla mappa sia una strada effettivamente percorribile, perché spesso non lo è.

Attenti alla polizia, potrebbe fermarvi di punto in bianco senza motivo come ti racconterò più avanti, è spesso appostata in prossimità dei centri abitati, e ai limiti di velocità, è raro trovare i cartelli che stabiliscono quale velocità rispettare, potrebbero passare decine e decine di chilometri.
Il limite nei centri abitati è quasi sempre intorno ai 60km/h, diventa 90km/h appena fuori, ma non è detto.
Quando ti troverai su strade piuttosto isolate e un agente di polizia ti fermerà, sarà sicuramente per farti una multa per eccesso di velocità: è che incontrerai così poca strada asfaltata che quando ci sarai sopra non riuscirai a trattenere l’emozione, e il piede destro.

I fan sfegatati di Google Maps dovranno arrendersi la fatto che la mappa più famosa e usata nel mondo, qui non è molto affidabile, potresti trovarti davanti a bivi che non esistono e a strade letteralmente crollate. Non aver paura, potrai usare Maps.Me , un’app molto simile che però necessità il download preventivo delle mappe del paese che ti interessa.

Avere la propria auto è sicuramente la soluzione più comoda, ma non è l’unica possibilità per spostarsi all’interno del paese. Un’alternativa ai tour privati che offrono varie agenzie e local guides, sono le Marshrutka. Si tratta di una servizio di taxi collettivo sviluppatosi in alternativa ai classici autobus di linea, per coprire un determinato percorso.
La tratta esiste, il mini autobus pure, ma partono appena pieni quindi non farci troppo affidamento.

I distributori di benzina non sono un miraggio, sono disseminati un po’ ovunque all’interno del paese, ma se sei intenzionato ad avventurarti per sentieri sterrati e strade di montagna di dubbia lunghezza, sarà meglio assicurarsi di avere il serbatoio pieno. Non sarebbe il massimo restare a secco con il cellulare che non prende, su strade in cui un’altra auto potrebbe passare dopo tantissimo tempo.

Una volta volta stabilito quali fossero le tappe imprescindibili del nostro viaggio e messo giù un itinerario approssimativo di luoghi che avremmo voluto vedere, trekking che ci sarebbe piaciuto fare ed escursioni alle quali non avremmo mai voluto rinunciare, eravamo ufficialmente pronti per partire.

COME VESTIRSI

Anche se si parte durante la stagione estiva bisogna essere consapevoli che non si è scelto un paese tropicale. Sarà necessario avere abbigliamento tecnico per la montagna, traspirante e confortevole. Il segreto è, come sempre in questi casi, vestirsi a strati. Felpe e leggings per affrontare sentieri più ad alta quota, l’immancabile guscio per proteggersi da pioggia e vento, e last but not least, scarpe da trekking comode e testate.

IL NOSTRO ITINERARIO

1. Bishkek -> Karakol

Essendo arrivati al mattino molto presto, abbiamo temporeggiato in aeroporto prima di immergerci nella città. Così facendo abbiamo avuto tutto il tempo di attivare una Sim locale e l’opportunità di risparmiare notevolmente sul taxi: i tassisti accalcatisi intorno alle persone appena atterrate, infatti, chiedevano una somma ben più alta rispetto a quella che ci è stata offerta quando l’aeroporto è tornato calmo e tranquillo.

Con la nostra Toyota Sequoia ci siamo messi in marcia verso Karakol, non prima però di aver recuperato i nostri Border Permit, aver fatto rifornimento di cibo ad un piccolo market, ed essere stati fermati per ben due volte dalla polizia locale: la prima, è stato un normalissimo controllo di documenti rapido e indolore; la seconda, un’esperienza mistica. Il poliziotto in questione, con un instancabile sorriso e senza spiccicare una parola d’inglese, ci ha fatto scendere, lasciando intendere che avremmo dovuto pagargli una piccola mazzetta per essere lasciati andare. Il poliziotto ovviamente ci parlava in russo, lingua che ignoriamo totalmente, e ha provato in tutti i modi a trovare qualcuno che potesse fare da interprete, ma senza successo. Dopo una decina di minuti di incomprensione totale, siamo andati via, con in testa la sensazione di aver vissuto un’esperienza no-sense.

La strada per Karakol è stata lunga e dopo l’episodio appena capitatoci abbiamo guidato con estrema prudenza. Abbiamo trovato vari tratti di strada non asfaltata dove la polvere sollevata dai mezzi pesanti arrivava a ricoprire ogni cosa impedendo la vista oltre il muso della tua auto, per rendere tutto più avvincente.

Abbiamo costeggiato il bacino settentrionale del lego Issyk-Kul, il secondo lago di alta montagna più grande al mondo. La sua acqua dolce non ghiaccia mai nonostante i suoi 1615m s.l.m. Con i suoi 181km di lunghezza ci ha fatto compagnia per buona parte del viaggio, con le sue acque blu e le innevate montagne del Tian Shan sullo sfondo.

Quello a Karakol è stato l’unico pernotto prenotato ancora prima di partire, avendo già deciso quale sarebbe stata la tappa successiva.
Stanchi dalle quasi 48h di viaggio e affamati, abbiamo cenato al Bereket Cafè, in cui, non sappiamo cosa, ma abbiamo mangiato una favola.

2. Karakol -> Ala-Kul Lake

La sveglia è suonata di buon’ora e ci siamo subito messi in marcia per raggiungere Sirota Hut, il punto dal quale sarebbe partito il nostro trekking.
Una volta varcato l’ingresso del Parco Naturale, erano 12 i chilometri che ci separavano dal punto di partenza, ma data un’occhiata alla strada ci siamo resi conto che non sarebbe stata una passeggiata.
Col senno di poi è sbalorditivo come questa possa essere una strada accessibile a chiunque.

12km, tempo di percorrenza 2h.
Ad una velocità media di 6 km/h, tra boschi, buche, ponti traballanti, torrenti, fango, cavalli, mucche e capre, riusciamo a raggiungere il traguardo di questo percorso ad ostacoli.
Guidare non è stato per niente facile, è occorsa una concentrazione sovrumana, tanta pazienza e un’alto grado di abilità per evitare di impantanarsi nei tratti più fangosi.

I chilometri che ci eravamo prefissati di percorrere erano 17, per raggiungere il lago Ala-Kul prima e la valle di Altyn-Arashan dopo, ma quelli che siamo realmente riusciti a percorrere sono stati 13, 7 all’andata e 6 al ritorno da Ala-Kul. Nonostante avessimo tutte le intenzioni di continuare, siamo arrivati su che era già pomeriggio inoltrato e gli altri 10km da percorrere non sarebbero stati semplici, così abbiamo optato per un tattico dietro front.

Arrivare in cima è stato faticoso, specialmente l’ultimo tratto, completamente appeso e in salita; ai 1300m di dislivello fatti nei 7km di ascesa si è aggiunta anche la gravante dell’altitudine, il lago Ala-Kul infatti è situato a 3560m s.l.m., e della pioggia che non ci ha mollato un attimo.
L’intero percorso è stato una meraviglia continua, nonostante i nuvoloni grigi, la natura così rigogliosa ha offerto uno spettacolo unico: completamente immersi nel verde, circondati da fiumi e da cime sempre più alte, dai colori così vividi e dai profumi così intensi.
Ma la vera magia è stata arrivare in cima, affannati e bagnati, e ammirare dall’alto Ala-Kul, ancora ghiacciato e incastonato tra picchi rocciosi altissimi e ricoperti da un manto bianchissimo.
Il contrasto tra il grigio scuro della roccia, il bianco del ghiaccio e della neve e l’azzurro del cielo, che proprio in quel momento ci ha regalato un piccolo scorcio di sole e sereno, è stato qualcosa di indescrivibile.
L’aria era fredda e il sole che timidamente faceva capolino tra le nuvole non era così caldo da permettere una lunga sosta; il tempo stringeva, e avremmo dovuto ripartire al più presto, in una direzione o nell’altra.

La discesa è stata molto più veloce, a parte una piccola deviazione causata dalla nostra incapacità di seguire il sentiero ufficiale fino in fondo.
Dopo la salita, la sfida più difficile è stata ripercorrere i fatidici 12km a ritroso, con la luce che pian piano si abbassava e la strada che, dopo tutta la pioggia della giornata, era ancora più fangosa. Ci sono stati diversi momenti in cui uscire dal pantano è stato quasi un miracolo e ritrovare la direzione giusta al buio un’impresa da non poco conto.

Karakol -> Jety-Oguz -> Arabel Pass -> Naryn

A pochi chilometri da Karakol si trova Jety-Oguz con i suoi Seven Bulls, un’enorme montagna composta da 7 rocce rosse che si estendono per 35km e sembrano appunto sette tori furiosi. Qui il paesaggio è marziale, sembra quasi di essere tra i canyon dell’Arizona, e il rosso delle rocce è in netto contrasto con il verde intenso della vegetazione che cresce rigogliosa e con la limpidezza dell’acqua del fiume che scorre senza sosta.

La tappa successiva è stata Arabel Pass, costeggiando sempre il Lago Issyk-Kul, questa volta sul suo versante meridionale, passando attraverso la gola di Barskoon.
Anche questo luogo era incantato con la natura che fa da padrona assoluta.
Una strada, stranamente asfaltata, si inerpicava su per le montagne, proseguendo per dolci curve, fino ad arrivare all’Arabel Pass, 3800m. Qui il paesaggio si fa più arido, gli alberi non hanno abbastanza ossigeno per crescere, e sono diversi i ghiacciai perenni nei quali ci siamo imbattuti. Da lassù si vedevano queste “piccole” vette completamente bianche, la catena del Tian Shan, con le sue cime sopra i 5000m di cui vedevamo solo la parte finale, essendo anche noi a quasi 4000m.
Ad un certo punto la strada si fa sterrata, e l’unica cosa che i tuoi occhi vedranno saranno aride distese di colore giallastro, cavalli e cime innevate.

Il viaggio è proseguito verso la città di Naryn e la strada che abbiamo percorso era così in buono stato, come fosse una sorta di superstrada, che mi sono presa il lusso di non badare troppo ai cartelli stradali. Così è arrivata la prima multa.
Ci sarà stato un autovelox con tanto di telecamera, a cui ovviamente non abbiamo fatto caso, perché il poliziotto che ci ha fermato ha semplicemente disegnato tra la polvere del mio specchietto laterale il numero “50” (il limite di velocità che avremmo dovuto rispettare) e ci ha mostrato dal suo tablet la foto della nostra auto con in evidenza la velocità alla quale andavamo: 74km/h.
L’abbiamo seguito verso la sua postazione e ci ha spiegato che la multa sarebbe stata di 4000soms con relativo verbale. È bastato chiedere quale potesse essere l’alternativa per essere “rilasciati” sganciando 2500soms in contanti ed evitando la segnalazione.
La prima multa non si scorda mai.

Naryn -> Kel-Suu Lake

Fin dal nostro arrivo a Naryn abbiamo subito percepito un’aria più fresca e frizzante, così con tutti gli strati necessari ci siamo rimessi in macchina diretti verso un’altra meta tanto agognata: Kel-Suu Lake.
Su Explore Kyrgyzstan è la Route , considerata livello 1 di difficoltà, un totale di 127km che abbiamo percorso in 4 ore.
Una volta lasciata la strada principale e accomiatatici dall’asfalto, abbiamo continuato a guidare su un suolo sterrato e disseminato di buche, erano così tante e così vicine che cercare di evitarle sarebbe stata un’impresa tanto vana quanto estenuante. I tratti migliori ti permettono di raggiungere i 50 km/h, con grande felicità delle sospensioni della tua auto.
Il cielo limpido ha reso il nostro percorso più che agevole; la pioggia, infatti, avrebbe sicuramente trasformato la sottile polvere rossa che ricopriva la strada in fango.

A 3400m, a circa metà tragitto, ci siamo fermati all’altezza del Kindi Pass per il primo checkpoint. Qui abbiamo mostrato Border Permit e passaporti, affinché tutti i nostri dati venissero scrupolosamente riportati in un grande registro.

Una volta superati i dolci pendii gremiti di pascoli e di cavalli al galoppo, siamo giunti in un’ampia e verde valle in cui sbucavano qui e là i campi di Yurte, la tradizionale abitazione estiva dei pastori nomadi kirghisi, costruita con assi di legno e pelli di animali.
Da qui ci siamo incamminati per un semplice e breve trekking di 12 km (andata e ritorno) con soli 300m si dislivello. Dopo le esperienze dei primi giorni, arrivare a Kel-Suu è stato un gioco da ragazzi ma non sono di certo mancate le avventure: camminando abbiamo attraversato diversi microclimi, incontrando prima la pioggia e poi addirittura la neve, da non credere.

Arrivati alla meta, tra le montagne rocciose con le cime innevate se ne stava incastonato questo scrigno di acqua turchese, dal colore così intenso e vivido da sembrare quasi irreale. Le foto promettevano meraviglie, ma ammirarlo dal vivo è stato uno spettacolo indescrivibile, da togliere il fiato.

Dalla riva del lago sottostante partivano anche tour in barca, opzione che abbiamo accantonato per non ritrovarci a dover fare i conti al ritorno con pioggia e fango. Il rientro, invece, è stato inaspettatamente agevole, sicuramente le buche non erano scomparse, ma forse le abbiamo affrontate con attenzione maggiore.
Non ci siamo spinti più avanti la stessa sera, anzi, abbiamo fatto ritorno a Naryn, dove, per la prima volta dall’inizio del viaggio abbiamo dormito in una Guesthouse.

Naryn -> Jalal-Abad

Una grande giornata ha bisogno di una grande colazione.
La nostra è stata preparata dalla moglie di Jamal, il nostro host, con ogni cosa si possa immaginare, inclusa una zuppa di legumi e un succo di frutta ignota, versato da un’enorme boccione in plastica.
Proprio quello che ci voleva prima di partire per un viaggetto un po’ lungo, 12 ore, con direzione Sary-Tash, nel sud del paese.
Avevamo già controllato la mappa mille volte, 12 ore non sarebbero state sicuramente poche, ma cosa sarebbe mai potuto accadere?

La prima tappa sarebbe stata Kazarman, collegata a Naryn da una strada quasi tutta dritta che ci ha condotto attraverso paesaggi meravigliosi, il cielo era limpido e il sole alto e caldissimo, la strada era ovviamente sterrata, ma in condizioni più che dignitose. Andava tutto bene, fino a quando non ci siamo imbattuti in un ponte letteralmente crollato su se stesso. Vista l’impossibilità di proseguire oltre, siamo ritornati indietro verso una deviazione circolare che ha segnato +3h sulla nostra tabella di marcia.
(TOT 15h)
Finalmente raggiungiamo l’asfalto ma l’illusione dura poco: di fronte ad un bivio tra una strada nuova e una nuovissima, ovviamente scegliamo la prima , perché l’altra dalle mappe dava l’impressione di finire nel bel mezzo del nulla e avremmo voluto evitare sorprese come quella di poco prima.
L’illusione, dicevo, è durata poco. Dall’asfalto siamo passati in una attimo a percorrere la strada peggiore sulla quale mi sia mai trovata a circolare.
Innanzitutto eravamo sopra una montagna tutta curve e circondati dal nulla; la strada poi, non era solo sterrata ma in alcuni tratti era completamente franata, per via dell’azione erosiva dell’acqua, e così ti ritrovavi all’improvviso dinanzi a crateri spaventosi e le opzioni erano due, schiantarti contro la parete di roccia alla tua destra o virare verso il vuoto alla tua sinistra.
Abbiamo attraversato ghiacciai e fiumi in piena, tutto estremamente wild, anche il momento in cui, a 101km dalla città successiva, foriamo uno pneumatico. Ci mettiamo subito all’opera per sostituirla avendo con noi la ruota di scorta: considerando la costola rotta di Igor e il mio essere poco avvezza a cambiare gomme, i tentativi sono stati vani. In nostro soccorso è arrivato un ciclista francese che stava attraversando il paese in bici in solitaria (lo stesso che qualche minuto prima avevamo superato in salita, e che aveva suscitato non poco clamore perché “e se gli succede qualcosa come fa?”, alle volte il karma). Il ragazzo ci ha aiutato a svitare i bulloni ma niente ha potuto di fronte al nostro cric senza leva.
Subito un’altra auto ha accostato e un signore kirghiso ci si è avvicinato, non parlava inglese e il telefono non prendeva per poter usare il traduttore, gli mostriamo solo la situazione e lui subito ci presta il suo cric, ma quel piccolo aggeggio non è riuscito ad avere la meglio sulla mole del nostro 4×4, si è piegato e il signore è andato via desolato senza poterci aiutare. Dopo poco tempo un’altra auto si è fermata e ne sono scesi due signori kirghisi che come due formichine operose si sono subito messi all’opera senza darci neanche il tempo di proferir parola; usando una chiave inglese per fare leva sul cric, i due eroi sono riusciti a salvarci dalla nostra sorte.
Una volta ripartiti ci siamo goduti lo straordinario e unico paesaggio dal quale eravamo circondati, attraverso quella strada bella e dannata.
Dopo qualche ora ritorniamo sull’asfalto, nero e liscissimo, e in quel momento ci è sembrato il regalo più bello che quella giornata potesse farci; così, con ancora quasi 6 ore di strada davanti, optiamo per fermarci a Jalal-Abad, una città piuttosto grande, che abbiamo girato in lungo e largo per riuscire a trovare il nostro hotel, anzi, grand hotel, con tanto di accappatoi ricamati e tre stanze in una, un lusso che ci siamo concessi al modico prezzo di 50€ a notte.

8:35 -> 21:50 NO STOP!

Jalal-Abad -> Sary-Tash

Dopo una strada così mal messa siamo approdati nel paradiso delle auto, e vorrei anche vedere.
Jalal-Abad ha un enorme distretto in cui lavorano, dormono e mangiano meccanici, carrozzieri, gommisti e manovali di ogni sorta. Solo dopo aver concesso qualche ora di coccole e restyling alla nostra Toyota siamo ripartiti alla volta della alte montagne innevate.

Nonostante il sud del paese sia molto meno turistico rispetto alla sua parte settentrionale, la condizione delle strade è decisamente migliore.
Dopo aver raggiunto Sary-Tash e aver scambiato qualche chiacchiera con il nostro host, accompagnati da tè caldo e frittelle squisite, ci siamo avviati verso le mastodontiche montagne del Pamir.
La strada per arrivarci era ovviamente sterrata, ma nulla in confronto a quello che avevamo già visto, così raggiungiamo con facilità la nostra yurta al Pamir Nomad Yurt Camp nel tardo pomeriggio, giusto in tempo per una doccia (abbiamo scelto l’unico Yurt Camp con doccia, sì) e per goderci cena e tramonto.

Sary-Tash -> Traveller Pass -> Jalal-Abad

La prima notte in yurta non si scorda mai!
Sorvolando sull’intenso odore di animale, quasi fossimo stati catapultati nel ventre di una capra, appena entrati c’era così freddo che ci siamo infilati tutti gli strati più pesanti che avevamo a disposizione; strati di cui poi ci siamo liberati quando nel pieno della notte ci siamo svegliati completamente zuppi (la stufa in ghisa accesa prima del ritiro per la notte, aveva decisamente funzionato).

Piccolo consiglio utile: quando continueranno ad offrirti tazze su tazze di té caldo a cena, ricordati che svegliarsi con la vescica piena nel cuore della notte e dover uscire fuori al freddo per fare la pipì in un buco che dovrai illuminare con la torcia per non cascarci dentro, non sarà carino.
Quindi: Stop ai té dopo le 17:00!
Il mix teina e 3500m si è fatto sentire: oltre alla vescica piena avevo anche il cuore in gola.

Altra giornata di trekking per raggiungere il Traveller Pass, un punto di snodo per l’ascesa al maestoso Peak Lenin, la seconda cima più alta del paese con i suoi 7134m.
Il percorso non è stato difficile, tutt’intorno c’era natura e bellezza infinita, fiumi limpidi e prati verdi, con sullo sfondo queste montagne bianchissime dalle cime vertiginose. A 3800m ci siamo addirittura imbattuti in piantagioni di cipolle, oltre che in tantissimi esemplari di Marmotte Himalayane che correvano veloci per poi infilarsi in buchi sotterranei.
La nostra corsa si è fermata a quota 3951m : circondati da neve alta e costretti a proseguire affondando i propri passi fin quasi alle ginocchia, il mio self control ha vacillato, e così per la terza volta in 6 giorni ho mandato in fumo il sogno di Igorino di raggiungere quota 4000m.

Nonostante avessimo presupposto di passare due notti al Pamir Nomad Yurt Camp, al rientro siamo tornati alla vicina città di Jalal-Abad.

Jalal-Abad -> Arkit -> Sary-Chelek

Da Jalal-Abad siamo ripartiti alla volta di Sary- Chelek, su consiglio di una ragazza olandese ma da diversi anni di base nella capitale, conosciuta al Pamir Nomad.
Dopo 4 ore arriviamo al villaggio di Arkit situato già all’interno dell’area protetta.
Sary-Chelek è, infatti, una riserva naturala della biosfera, Patrimonio dell’UNESCO.
L’ingresso all’interno dell’area protetta per due persone e una macchina è di 300soms (4€).
Una volta completata registrazione e pagamento, ci siamo inerpicati per una strada in salita, tutta curve e buche, ma ormai più niente poteva sorprenderci.
Quasi niente…

Per strada due auto ci indicano animatamente di fermarci, pensiamo avessero bisogno di aiuto, beh ni.
Ci mollano tre ragazze, evidentemente costipate nelle loro auto piene di ogni sorta di oggetto.
Una volta al lago Sary-Chelek ci siamo resi conto di essere circondati da locals attrezzati per dei pic nic in famiglia.
Noi, invece, ci siamo incamminati per un semplice trekking che dal lago principale si snoda tra piante selvatiche, fiori, api e insetti di ogni sorta, per raggiungere i sette piccoli laghi che lo circondano.
In una bella giornata di sole questo luogo sarebbe stato un vero e proprio paradiso (eccetto per gli allergici al polline), ma fiutavamo temporali nell’aria, così non ci siamo persi nella contemplazione.

Altro giro stessa storia.
Procedevamo tranquilli sulla strada del ritorno fino a quando un folto gruppo di persone ci ha impedito di proseguire. Questa volta sono salite con noi cinque signore piuttosto agées con un’enorme cassa bluetooth e borse frigo al seguito. Non erano ovviamente il tipo di persone che parlassero inglese, ma in qualche modo siamo riusciti nelle presentazioni generali, e le simpatiche vecchiette ci hanno invitati a fermarci per cena così da ringraziarci per il passaggio.
Sono state dolcissime e non avessimo già confermato la nostra presenza alla guest house saremmo con piacere rimasti in loro compagnia.

Il nostro fiuto non aveva sbagliato, poco dopo il nostro arrivo al villaggio, il fiume che scorreva poco distante è esondato, causando non pochi danni e bloccando parecchie auto nel tentativo di uscire dalla riserva naturale.

A cena non eravamo soli, come spesso accade nelle guest-house, ed è stato piacevole conversare di viaggi e di esperienze di vita con gli altri ospiti e con le loro guide. Una di loro, Tony, ha voluto addirittura fare una foto con noi, che avevamo scelto il Kyrgyzstan per via di Instagram: Tony, infatti, insieme ad un bel gruppo di giovani guide locali è particolarmente attivo sui social per la promozione e la valorizzazione del territorio. È stato importante per lui, sapere che il suo lavoro avesse effettivamente avuto un impatto positivo sul turismo della sua nazione.

Arkit -> Toktogul -> Kyzart

Le colazioni alle guest-house sono sempre meravigliosamente abbondanti.
Altre 10 ore di viaggio ci attendevano per raggiungere il piccolo villaggio di Kyzart, da cui saremmo partiti per una delle poche esperienze che eravamo già certi di fare ancora prima di partire.

Per buona parte del tragitto abbiamo costeggiato il lunghissimo bacino del lago artificiale Toktogul, creatosi a seguito della costruzione di una diga nel 1950 ad opera dei sovietici, oggi è la principale fonte di produzione di energia elettrica nel paese.
L’acqua turchese è stata una bellissima compagna di viaggio, a tal punto che abbiamo deciso di fermarci e di ammirarla più da vicino.
Secondo la guida Explore Kyrgyzstan la Route avrebbe dovuto condurci a una serie di viewpoint.
Non so cosa esattamente sia andato storto, ma ci siamo ritrovati in mezzo ai campi di grano, accanto ad un aeroporto abbandonato di cui non vi era traccia, su una strada sterrata che finiva nel bel mezzo della sterpaglia.
Non ci siamo scoraggiati e abbiamo continuato a piedi verso il punto segnalato sulla mappa come viewpoint, ma dopo qualche centinaia di metri passati a spasso nel campo del Mulino Bianco abbiamo alzato bandiera bianca.

Le restanti 6 ore di viaggio sono diventate 4, un po’ merito dell’asfalto, un po’ della nostra, ormai sviluppata, abilità nella guida su sterrato: quasi 100km all’interno di un rosso canyon, ricco di vegetazione verdissima e fiancheggiato da un un lungo fiume.

A Kyzart abbiamo alloggiato al Kyzart Hotel , con camere belle e confortevoli unite alla gentilezza e ai grandi sorrisi della padrona di casa, tipici di una guest-house.

Kyzart -> Road to Song-Kul Lake

Alle 12 in punto è iniziata la nostra avventura con Timur, una giovane guida locale di cui avevamo letto tante belle cose sulla guida di Ounatravela e che avevamo contattato precedentemente per un horse-back riding per raggiungere il lago Song-Kul.

Abbiamo incontrato i nostri compagni di viaggio per quest’avventura, 11 in totale, con i quali avremmo condiviso i successivi 2 giorni: tutti europei ma di paesi diversi, con alle spalle storie e vite differenti.
La tensione pre-cavalcata era alta, la maggioranza di noi non era nemmeno mai salita sopra un cavallo e le scommesse su chi sarebbe caduto per primo erano alte.

L’unica precauzione che avevamo preso prima di metterci in viaggio era stata prendere lezioni di equitazione: tre mesi di lezioni solo per quei due giorni.

Inutile dire che le nostre lezioni non sono servite a molto: i cavalli Kirghisi non hanno leggi, se non una, quella del più forte!
Abbiamo praticato tre mesi di un’equitazione delicata ed elegante in cui era fondamentale persino l’inclinazione del nostro sguardo e la direzione che prendono le nostre spalle. Qui invece, le briglie si tengono con una mano sola; per far partire il cavallo c’è bisogno di calci ben assestati; per farli fermare, di strattoni e discreta forza nelle braccia.

Per la prima giornata erano previste 4 ore di sella prima di raggiungere lo yurt camp nel quale avremmo cenato e dormito. Anche se interrotte da qualche piccola sosta, le ore di cavalcata si sono fatte sentire, alle ginocchia, alla schiena e ovviamente al sedere.

Siamo passati attraverso valli verdissime e sconfinate, di tanto in tanto abbiamo incontrato qualche pastore con la sua famiglia, e anche da lontano non perdevano mai l’occasione per salutarci.

Tra risate, chiacchiere interrotte da improvvisi scatti dei cavalli, nitriti e qualche strada sbagliata, abbiamo raggiunto lo yurt camp, in cui abbiamo trovato ad accoglierci un buon té caldo e un’abbondante merenda.

Dopo l’impaccio dei primi momenti, grazie alla lunga cavalcata eravamo già un gruppo che ha vissuto qualcosa insieme: le conversazioni si sono fatte più fluide e aperte. Ci si incontra, ci si conosce e si condividono esperienze.
Era un gruppo molto giovane, ognuno con alle spalle la sua storia bellissima e tante avventure da raccontare.

Viaggiare ti fa sentire piccolo, ti rendi conto di occupare uno spazio minuscolo e di essere circondato da immensità: per quante esperienze tu possa collezionare, non ti sembreranno mai abbastanza.

Song-Kul Lake

La seconda notte in yurta è stata perlomeno coerente: ci siamo addormentati e poi ci siamo svegliati avendo freddo. I sottili materassi adagiati a terra hanno reso ancora meno confortevole il nostro riposo ma per fortuna il sole sorge sempre, e arriva l’ora della colazione.

Montati di nuovo a cavallo, ognuno sul proprio, che avresti dovuto sapere riconoscere tra i tanti.
Sempre con Timur e tre altre guide in testa, siamo ripartiti questa volta con direzione Song-Kul, passando per un alto passo di montagna, 3400m, dal quale abbiamo per la prima volta visto il lago, una grande distesa di acqua azzurra circondata dal verde più verde che avessi mai visto.

Man mano che la distanza tra noi si riduceva, aumentava la meraviglia per quest’immenso specchio d’acqua limpida e immobile nel quale si riflettevano le montagne retrostanti, il cielo azzurro e le nuvole bianchissime. L’immagine era quasi surreale per la sua bellezza e guardarsi intorno era a tratti commovente.

Abbiamo costeggiato il lago per un po’, lasciando che i cavalli di abbeverassero tra mucche e altri animali, prima di arrivare allo yurt camp dove ad aspettarci c’era l’intera famiglia di Timur.
Prima di arrivare, però, c’è stata una piccola sorpresa per noi: i cavalli hanno iniziato ad accelerare e le guide non sono intervenute a fermarli, anzi, sembrava quasi li spronassero ad andare più veloce.
Così tra quei prati verdissimi, col vento che ti scompiglia i capelli e l’adrenalina in ogni parte del corpo, galoppavamo, ed è stato magnifico, imprevisto e selvaggio.
L’ho pensato anche l’istante dopo essere caduta, l’avrei fatto altre cento volte, magari senza cadere.

Siamo arrivati allo yurt camp verso ora di pranzo e abbiamo avuto tutto il pomeriggio per goderci il paesaggio e la bella giornata. Tutto è quiete e silenzio in questo luogo.
Nel pomeriggio ci siamo divisi tra sport e cucina. Insieme alla famiglia di Timur abbiamo steso, intagliato, fritto e poi mangiato le deliziose frittele che abbiamo trovato un po’ ovunque in questi giorni. Dopo, per smaltire, è stata disputata un’avvincente partita di calcio Europa-Kyrgyzstan, dopodiché Timur ci ha dato una brillante dimostrazione di galoppo eseguito alla perfezione, in groppa al suo cavallo.
Dopo cena ci siamo goduti la pace dovuta alla totale assenza di segnale, per cantare canzoni accompagnati dagli accordi della chitarra di Timur e giocare a “The Wolf in the village”; tutti momenti di interazione off-line ai quali siamo poco avvezzi nella vita frenetica di tutti i giorni.

Song-Kul Lake -> Kochkor

L’ultima notte in yurta abbiamo deciso proprio di ricordarla: la sveglia è suonata prima del solito e subito fuori, ad aspettare l’alba illuminare il lago e colorare tutto di rosa.

Salutata la famiglia di Timur ci siamo rimessi in marcia verso Kyzart, percorrendo una strada tutta in discesa in cui ogni passo avevi come la sensazione che sarebbe stato l’ultimo: l’equilibrio dei cavalli sembrava alquanto precario e ti sentivi il peso morto che nulla avrebbe potuto in caso di caduta. Intorno a noi era tutto così meraviglioso, con questi prati sconfinati, le valli verdissime, e fiumi e fiori a riempirti occhi e cuore.
Con un ultimo pranzo insieme, lì dove tutto è iniziato appena due giorni prima, si è conclusa la nostra avventura con Timur, i suoi amici e la sua famiglia. Da lì ognuno è ripartito per la sua strada, con il cuore colmo di gratitudine e bellezza.

Abbiamo raggiunto in poco tempo e su una buona strada la nostra tappa successiva: Kochkor.

Dopo quasi tre giorni a cavallo tra yurte, prati, sentieri sterrati e senza aver mai avuto la possibilità di lavarci, il nostro desiderio più grande era quello di infilarci sotto il getto potente di una bella doccia calda, per lavarci via di dosso sporco e stanchezza.
Ma indovina dove erano in corso lavori alla rete idrica?
Propio sotto al nostro albergo: quando la vita decide di farti un regalo.

Kochkor -> Konorchek -> Bishkek

Inutile dire che dopo questi ultimi giorni vissuti a tremila, tra i continui sbalzi di temperatura, l’ansia di cadere giù da un dirupo o da cavallo, o da un dirupo su un cavallo, solo un fisico ben temprato avrebbe potuto uscirne indenne: non il mio.


Con qualche linea di febbre abbiamo lasciato Kochkor consapevoli di aver rinunciato ai numerosi trekking che promettevano di condurci a laghi spettacolari, per raggiungere invece Konorchek e il suo Boom Canyon. Il nome “Boom” sta per “spiriti cattivi“, in riferimento a tutte le sciagure che si sono abbattute su coloro che in passato si sono avventurati per queste pericolose gole.
E, in effetti, la Route per raggiungere il canyon si è rivelata essere parecchio scivolosa a causa della pioggia e costellata da rocce appuntite alquanto allarmanti; così abbiamo salutato gli asinelli, anch’essi dallo sguardo minaccioso e abbiamo tentato di raggiungere il Canyon attraverso l’ingresso principale.
Lasciata l’auto in un piccolo spiazzo proprio accanto alla strada, ci siamo incamminati a piedi verso l’interno delle gole.

Abbiamo costeggiato il letto di un fiume ormai in secca, camminando su un ampio fondale di terra rossa per circa 3,5km. A circondarci c’erano alte pareti di roccia rossa, qualche fiumiciattolo e diversi punti in cui salire era possibile solo aggrappandosi sulle rocce grazie a corde di fortuna. È un percorso tendenzialmente molto semplice, che però eviterei sotto il morso della febbre, e di una bellezza suggestiva: sarai circondato da rocce e terra completamente rossi, a metà tra il Siq giordano e i grandi canyon americani.

Direzione finale del nostro viaggio: la capitale, Bishkek.

Bishkek -> Ala-Archa National Park

La città si è rivelata essere particolarmente afosa, con temperature intorno ai 32 °C tutti afa e umidità, alla quale non eravamo più abituati, avendo passato le ultime due settimane a respirare aria freschissima.
Non appena arrivati, infatti, siamo scappati verso l’Ala-Archa National Park, un parco naturale a meno di un’ora dalla città.

L’ingresso è costato 700soms (quasi 8€) e dopo aver varcato i cancelli d’ingresso una bella strada asfaltata ci ha portati direttamente in un’oasi di verde, in cui abbiamo fatto molta fatica a trovare parcheggio.

Proprio come Sary-Chelek anche il parco di Ala-Archa sembrava essere una delle mete preferite per i picnic delle famiglie kirghise, attrezzatissime con gazebi, sdraio, casse bluetooth, bracieri e ogni sorta di genere alimentare. Ovunque c’erano musica, risate e un costante odore di cibo.

Anche il parco offre una gran quantità di sentieri da trekking tra i quali poter scegliere, alla scoperta di paesaggi montani e della fauna locale, un’ottima alternativa a due passi dalla città.

Cosa mangiare in Kyrgyzstan

Vorrei poter dire di aver mangiato il giusto e con moderazione, ma in realtà ci sono stati giorni in cui non ho fatto altro che mangiare, passando da una tavola imbandita ad un’altra.

Una delle pietanze che non è mai mancata sulla nostra tavola sono stati i laghman, dei noodles stesi a mano serviti in brodo o con la carne, una marea di peperoni e spezie.
Il lepyoshka un pane dalla forma tonda cotto nel tradizionale forno di argilla la cui superficie viene decorata con motivi geometrici, buono e morbido anche a distanza di giorni; è stato il nostro salvatore in situazione di emergenza.
I samsa, pasta fritta ripiena di carne o di verdure, decisamente unti e saporiti.
In Kyrgyzstan vengono consumati molti prodotti caseari, essendo un popolo di pastori, non mancano mai latte di cavallo, di mucca e via dicendo… Abbiamo provato i kurut, palline di yogurt e formaggio essiccato, e il kymys, bevanda nazionale a base di latte di giumenta fermentato; ti capiterà di vederli spesso sui banchetti dei pastori ai lati delle strade, a mio avviso comunque troppo troppo acidi.
I boortsog le frittelle di pasta fritta che abbiamo preparato insieme alla famiglia di Timur, emblema di come non ci sia un luogo in cui il fritto non regni sovrano incontrastato.

Una menzione speciale merita il tè (cha) presente su tutte le tavole, indipendentemente dal pasto.
I kirghisi non bevono acqua e rimangono quasi straniti quando ne chiedi un po’. Al contrario non c’è tavola sulla quale non sia presente del buon tè caldo e non si stancheranno mai di servirtene altro; la tazzina, infatti, viene sempre riempita fino a metà a significare che non si sarà mai troppo stanchi per servirne dell’altro. Alle volte aggiungono alla loro tazza fumante un cucchiaino di marmellata per renderlo più dolce. Ma mi raccomando, non abusarne, contiene teina,un eccitante che renderà magari più difficoltoso prendere sonno e quando dormirai in yurta, perché lo farai, ricorda che il bagno è all’esterno e trattenere la pipì tutta la notte sarà parecchio difficile.

Un’altra menzione d’onore è per le Guest house e per i loro pasti infiniti.
A qualunque tavola, o cuscino, mi sia seduta non è mai mancato pane, burro e marmellata, caramelle e biscottini, pranzo o cena che fosse, e come si fa a resistere a questa tentazione?
I piatti inoltre erano sempre molto abbondanti, prevalentemente a base di carne, patate, cipolle e peperoni.

Frutta e verdura, diversa dai peperoni, ne abbiamo mangiata pochissima, e quando l’abbiamo trovata nei market non era di certo molto invitante.
Non sono invece mai mancate le uova, sode o strapazzate, e i caldi porridge a colazione, base avena o anche riso.


Che tu possa trarre beneficio dalle mie parole e dall’itinerario che ti ho appena mostrato.
È una terra magnifica e saprà conquistati così come ha fatto con me.

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